Riflessione sulla ricerca italiana: la svolta non può più aspettare

La situazione della ricerca in Italia può apparire ai nostri colleghi stranieri come il Mistero Buffo del premio Nobel italiano per la letteratura, Dario Fo. Siamo, infatti, in grado di ottenere ottimi risultati nel campo della ricerca con scarsissimi fondi, ma, allo stesso tempo, non siamo capaci di adottare efficienti strategie per risolvere le nostre debolezze strutturali”.

È l’opinione di Roberta Sessoli, espressa in un editoriale dal titolo Italian research at a turning point: an opportunity that cannot be missed, pubblicato a inizio 2015 su Angewandte Chimie e che sta riscuotendo consensi all’interno della comunità scientifica.

Alle parole della ricercatrice INSTM, ordinario di Chimica dell’Università di Firenze, fa eco una recentissima inchiesta condotta da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera.

Secondo entrambi, uno dei punti più dolenti non è la qualità del nostro sistema di insegnamento (che regge bene il confronto con quello di altri paesi) quanto piuttosto la mancanza di sostegno per i giovani ricercatori a diversi livelli.

In questi anni – scrive Sessoli - sono stati necessari in media cinque pensionamenti per la nomina di un nuovo professore. Per gli under 35 ci sono quasi esclusivamente contratti di lavoro temporanei e vi è una grave mancanza di supporto ad acquisire indipendenza, soprattutto nella gestione di attività di ricerca. Questo si ripercuote pesantemente sulle loro possibilità di ottenere finanziamenti internazionali, penalizzandoli enormemente nell’accesso ai programmi riservati ai giovani ricercatori.

Concorda con questa visione il giornalista del Corriere: su 13.239 ordinari non ce n’è nemmeno uno al di sotto dei 35 anni e sono solo 15 quelli con età inferiore ai 40 anni. “Ma è tutto il sistema che sta invecchiando drammaticamente. L’età media si è impennata fino a 52 anni e mezzo” e “su 51.807 docenti di ogni ordine e grado gli «over 60» sono il triplo (24,8%) di quelli sotto i 40 (8,8%). Mentre i docenti sotto la trentina (in genere ricercatori) sono crollati dal 2008 a oggi del 97%”. L’Italia è in ultima posizione “tra i Paesi europei per presenza nelle università di insegnanti sotto i quarant’anni” e penultima (davanti alla sola Malta) per presenza di professoresse e ricercatrici: “36,5 donne ogni cento docenti. Tre punti sotto la Germania, 7 sotto la Svezia, la Polonia, il Portogallo e la Gran Bretagna, 10 sotto la Bulgaria o la Croazia, 15 sotto la Finlandia, 21 sotto la Lettonia”.

Non solo note dolenti, però. Il livello di competenze acquisita da laureati e dottorandi – continua Sessoli – è apprezzato in tutto il mondo. Anche se la qualità dell’insegnamento è il rovescio della medaglia di un altro problema strutturale del mondo accademico italiano: i ricercatori che non vanno all’estero tendono a restare presso l'università in cui hanno studiato. Se la mobilità limitata riduce la possibilità di tenere il passo con la rapida evoluzione dei settori di ricerca, questo però permette una continuità, così che le competenze possano essere trasmesse da una generazione a quella successiva.

L’inchiesta del Corriere aggiunge qualche dato statistico alle affermazioni di Sessoli. Secondo l’European Research Council, “nonostante la ricerca impegni da noi solo il 4 per mille degli occupati (poco più della metà della media europea, un quarto della Finlandia) e nonostante l’Italia sia solo 28ª negli investimenti in questo settore, i nostri ragazzi sono sesti al mondo nella classifica dei progetti per ricercatori junior e ottavi per articoli pubblicati sulle maggiori riviste scientifiche”.

“Proprio i successi e spesso i trionfi dei nostri giovani, quando possono giocarsela alla pari all’estero, sono la prova provata di due cose. La prima: i nostri atenei sono comunque in grado di sfornare fisici, medici, ingegneri e così via molto preparati. La seconda: è una vergogna che quei nostri figli, spesso i più bravi e destinati a diventare la futura classe dirigente, possano dimostrare il loro valore solo andandosene da un’altra parte”.

Ma i nemici hanno molte facce e si nascondono anche all’interno del mondo scientifico. In primo luogo, la volontà di alcuni di mantenere una rigida divisione in anacronistici settori scientifico-disciplinari che non favorisce la multidisciplinarietà delle ricerche. Il secondo nemico è la burocrazia mostruosa e inefficiente.

E sul termine eccellenza, Sessoli ha un’opinione condivisibile. “È un concetto fondamentale che purtroppo oggi è diventato uno slogan. Io vedo l’eccellenza come la punta di un iceberg che per galleggiare necessita di una massa molto più grande nascosta sotto il livello del mare. Dobbiamo essere ben consapevoli che i risultati pubblicati in riviste prestigiose si basano su molte ricerche di base. Dobbiamo, però, essere pronti a riconoscerne il merito a qualsiasi livello”.

© 2013 - Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali